Crizzo

Nature — Animale · VegetaleAnsamble · IntarsiInnesti · Incastri

Numero 1
Principio · Rinascita

Racconti

Numero I

Principio · Rinascita

La luce dovette sembrargli insopportabile, non l'aveva mai vista prima, era abituato al buio. Sentì uno strano brivido attraversargli la pelle, un brivido freddo, come d'acqua gelata. Pensò con rammarico al tepore che lo avvolgeva prima, prima aveva tutto quello che gli era necessario, si sentiva tutelato, protetto, non doveva preoccuparsi di nulla, non aveva bisogno d'altro.

Certo adesso sperimentava la potenza della voce, era sorprendente quel suono che correva nell'aria, una vibrazione della gola che diventava acuta e pungente tanto da torturare i timpani, tanto da suscitare terrore e spavento. Si accorse che le urla avevano un'innata capacità di dominio, era sufficiente la giusta modulazione per obbligare qualcuno a soddisfare ogni suo desiderio, più le urla erano insistenti più attiravano attenzione e conforto. Capì che bastava alternare le giuste pause per ottenere piaceri intensi, nel vuoto di un silenzio correvano carezze leggere sulla sua pelle inconsolabile e avida, e labbra umide e consolatorie si posavano sui suoi occhietti salati come abissi marini.

Il grido, pensò, era il mezzo più efficace per rivendicare il suo diritto, il suo desiderio di ritornare a quell'involucro di assoluta beatitudine, a quella sacca ricolma di miele scuro e di un nulla consolatorio, forse irrimediabilmente perduto.

Nel momento della tregua, succhiare da un capezzolo immenso un liquido biancastro, però, non lo appacificava, gli sembrava un godimento vano e insufficiente, un surrogato, un rimedio provvisorio che non lo riportava indietro. Questa consapevolezza lo trascinava verso la voragine del terrore, mentre una spossatezza improvvisa, una fatica del vivere lo catturava e nello stesso momento lo conduceva in un luogo felice che somigliava moltissimo alla sua isola perduta, nella terra di Morfeo, verso il sonno guaritore; era lì che ogni gesto, ogni azione acquistavano il senso definitivo di un mattino perfetto, bastante a sé stesso, immodificabile. Poi, come un'abbaglio, vide illuminarsi nel buio della stanza, una forma di animale che somigliava ad un felino. L'animale lo guardava dritto nel profondo delle sue pupille, come se fossero il suo naturale rifugio, ebbe l'impressione che si muovesse per conquistarle, che avesse percorso terreni scoscesi, dirupi, deserti pietrosi per arrivare finalmente a casa, per riposare. Lui ricambiò lo sguardo, lo guardò come si guarda un amico, lo indagò per un tempo infinito in ogni particolare, in ogni piega. Ogni sporgenza, ogni rotondità rimasero ricordi indelebili nella sua memoria e quando terminò di contare, uno per uno, tutti i dettagli del suo manto, finalmente arrivò alla conclusione che quell'animale viveva nella più totale perfezione, che nessun elemento poteva essere cambiato, che ogni punto era insostituibile, ogni parte necessaria, ogni frammento collocato dove nulla poteva smuoverlo. Nello stesso momento vide un magma scuro e ribollente dove tutto poteva accadere, anche il più crudele dei delitti. Questo vide dietro lo scintillio di quelle pupille. Comprese la potenza di quel desiderio e lo accolse. Gli preparò un rifugio, un angolo dove sostare, da qualche parte dentro di sé.

Da sveglio, poi, ritornò a piangere, e pianse più forte che mai, più forte della pioggia d'inverno, mentre malediva e abbracciava la sua sconfitta, si ostinava a rifiutarla e a desiderarla con uguale intensità.

Infine vide qualcuno, inquieto come un'ombra, spostare, portare via gli oggetti dalla stanza, con rabbia, uno alla volta, portò via le ciotole, gli indumenti, trascinò con forza i mobili, i letti, con metodo, con ostinazione, non dimenticò nulla, non lasciò nulla sulle pareti quasi buie. Con perizia eliminò tutti gli odori che avevano abitato l'aria, poi andò via, lasciò soltanto un silenzio innaturale, disturbante.

Si ritrovò solo e nudo al centro di un pavimento largo come un lago ghiacciato, mentre le sue grida rimbalzavano da un muro all'altro si accorse della distanza infinita tra il soffitto e il suo piccolo corpo. Mai avrebbe immaginato che la stanza così vuota acquistasse il volume di una cattedrale, austera, solenne, gigantesca. Sentì i suoi occhietti seccarsi e i suoi nervi distendersi quando nella penombra del soffitto comparvero minuscole porzioni di luce che illuminavano frammenti di pittura, piccole zone di colore squillante che si allargavano tra righe sinuose e si racchiudevano in forme compatte. Vide l'oscurità ritirarsi e comparire sempre più chiare tutte le scene di un grandissimo affresco. Capì che ogni immagine lo riguardava, che ogni momento della sua vita futura era descritto in ogni particolare, ogni persona che avrebbe conosciuto era lì, in anticipo, si presentava sfrontata, spavalda, davanti al suo sguardo incredulo. Vide le case, le sale, le campagne, i boschi che avrebbe abitato, vide un fiume di vino rosso scendergli per la gola e stordirlo, annebbiarlo, vide l'ammasso di cibo che avrebbe divorato, vide in fila come guerrieri tutti gli amplessi, tutti i corpi che avrebbe toccato e posseduto. I delitti, le balordaggini, le meschinerie, ma anche i lievi gesti gentili e le generosità, e poi la follia, lo smarrimento, le albe improvvise in luoghi sconosciuti, col corpo devastato e senza ricordi, soltanto la nausea e un gusto amaro, torbido. Tutta la sua vita si sgranava pezzo a pezzo davanti al suo viso indurito. Aveva già assunto la posizione della maschera tragica, gli occhi sbarrati e la bocca spalancata. Ecco, adesso capiva, sapeva che niente lo avrebbe riportato indietro, non gli restava altro che vivere, vivere quello che gli toccava, fino in fondo.

Sentì fluire per tutto il corpo un fiume nuovo, calmo, possente. Un leggero sorriso venne a visitarlo, come un ricordo felice, come un incontro gradito, e quella, fu quella la prima volta, che si accorse che la bellezza poteva anche essere una stanza vuota abitata dal silenzio.

Serie

Numero 3

Custodia · Rimedio

Racconti

Numero III

Custodia · Rimedio

Quando arrivò da noi, quando lo portarono, rimanemmo turbate. Il suo piccolo corpo tumefatto dimostrava un accanimento, un disegno distruttivo. Era così malridotto che quasi non si muoveva, un involucro informe, un colore di cenere chiazzato di rosso.

Lo presi in braccio, non piangeva, pensai che fosse necessario sciacquarlo, l'acqua avrebbe portato via il tremore di scure giornate omicide, di gambe spezzate, di ferite su schiene chiare come rose canine.

Le mie sorelle non sapevano cosa fare, come comportarsi, erano troppo giovani per capire cosa fosse necessario decidere davanti ad una prova di equilibrio tanto crudele. Una nebbia fitta aveva invaso i loro pensieri. Le loro braccia, le loro gambe trovavano impossibile ogni azione.

Ho dovuto comandarle. Ordinai di bollire l'acqua, di procurare qualcosa che potesse coprirlo, qualcosa che potesse nutrirlo.

Loro ubbidirono. Si sparpagliarono per le stanze. Corsero come lepri spaventate, tra file di piccoli arbusti e pareti di muschio. Cercarono e trovarono tutto quello che potesse servire al rimedio, un materiale efficace per qualsiasi organismo sfasciato. Radunarono ogni cosa su una grande superficie di legno, e prima di cominciare ci guardammo ricercando in ognuna la necessaria complicità.

Provammo a fare tutto quello che la nostra esperienza ci consentiva. Raddrizzammo ossa, cucimmo ferite, pulimmo tutta una superficie di pelle che sembrava avesse attraversato un cespuglio di rovi. Eseguimmo le nostre operazioni con accuratezza, sapevamo di manipolare un essere prezioso.

Concludemmo il nostro lavoro. Ci sedemmo e lo guardammo, ci apparve una forma nuova, rinata, un corpo minuto e cesellato come un metallo antico. Lo lasciammo riposare. Non ricordo per quanto tempo sia rimasto così immobile, forse mille anni, forse un attimo, non ricordo. Ma in quel tempo eterno pensai che il gioco della vita, in apparenza così privo di logica, nasconda trame sotterranee che rivelano la loro natura soltanto quando, nell'incastro di alcuni avvenimenti, ci si accorge di come l'uno senza l'altro non avrebbe avuto luogo, di quanto importante sia stata un'azione in apparenza così insensata, di quanto le lacrime versate che ci apparivano così ingiuste, diventano il conforto per le lacrime di qualcun altro. Per noi che perdemmo l'unico fratello così tanto amato, forse non avremmo riconosciuto in quel bambino, il corpo adulto del nostro caro fratello. Per noi fu come ritrovarlo. Rivedemmo gli squarci profondi, le lacerazioni irrimediabili, così stonate, inopportune su quel corpo tanto fresco e bello. Come fu difficile accettare l'idea che il respiro lo avesse abbandonato.

Ma il bambino respirava ancora, e riposava, lontano, come se abitasse un altro luogo. Poi d'improvviso aprì gli occhi, acuti, pungenti, ci guardò, e fu come se ci riconoscesse, come se guardasse qualcos'altro però, non il nostro corpo ma qualcos'altro, aldilà. Ci sorrise. Il suo sorriso ci apparve come un lucente mattino di primavera.

In seguito, il nostro tempo diventò il tempo dell'incanto. Giornate di meraviglia attraversate da un'aria tiepida, limpida, mentre il vigore riprendeva il suo corpo. Giocammo tra rigide geometrie di luce e morbide penombre. Giochi di occhi sbarrati, di smorfie, di bocche spalancate, di suoni ridicoli, di parole inventate. Scivolava come se galleggiasse su di un fiume di braccia, di mani materne, ondeggiava su e giù, in basso e in alto, fino al trionfo, fino a rimanere sospeso, come astro nel cielo e abitava quello spazio come se fosse il suo luogo di permanenza, di residenza, l'aria come sua naturale dimora.

Le mie sorelle gareggiavano per accaparrarsi un servizio, un tempo di cura. Sembrava che ricavassero da ogni azione un piacere felice, da quel piccolo corpo sembrava che sgorgassero ruscelli di acqua cristallina, e loro ne bevevano, sembrava che si liberasse un profumo di mandorle dolci dalla sua bocca, e loro spalancavano i polmoni, lo respiravano, sembrava che nelle sue mani maturassero sanguigne bacche di bosco, e loro ne mangiavano, ghiotte. Come lo conducevano solenni, nelle passeggiate serali, nella luce stanca. Lo portavano orgogliose come si porta un vestito nuovo, il vestito della festa.

E lui sorrideva sempre, sembrava che ci ringraziasse. Sembrava che progettasse un gesto di ricompensa, un gesto di gratitudine che dovesse proiettarsi verso l'eternità, verso un tempo infinito, attraversato da cieli profondi, notturni, da bagliori, da scintille perpetue di ghiaccio, da brezze leggere, costanti, fresche su schiene scoperte, tra risate di amici ritrovati, insieme, nel tempo dello svago, quando un momento segue l'altro nel flusso di giorni continui, senza distacco, con le facce rivolte verso l'alto, verso il mistero.

Poi, quando le nostre schiene ci domandavano riposo, quando il buio radunava tutti gli uccelli notturni a migliaia, cercavamo un giaciglio protetto, un luogo impenetrabile, sicuro, lontano da ogni volontà persecutoria. Ci stendevamo lente, ci tenevano strette, formavano un unico corpo come d'animale nella sua tana. Tenevano il piccolo in mezzo a noi, il tepore dei nostri corpi si moltiplicava e lentamente lo avvolgeva, lo riscaldava. Il sonno arrivava puntuale, ci prometteva un risveglio vigoroso e altri giorni ancora, e ancora altri giorni perfetti, mattine di canti, di ali, di voli, pomeriggi pigri, morbidi come code di volpe, sere sospese, di timide ombre e di colori sgargianti, e altre notti ancora, di sonno, di nuove guarigioni.

Sapevamo però che sarebbe arrivato il giorno del distacco, lo sapevamo da sempre, dal primo momento, da quando la prima volta lo tenemmo in braccio. Era questo il tono di colore più scuro, più dolente, ma questa era anche la ragione che ci rendeva così denso ogni momento, che dava ad ogni gesto, anche a quello più trascurabile, il peso e l'imponenza di un macigno, che ci obbligava a incidere ogni ricordo nella lastra di pietra della memoria.

E così, d'improvviso, le sue gambe di bimbo crebbero a dismisura. Quando riuscirono rapide ad allungarsi come rami di castagno, quando seppero saltare come il grillo la sera d'estate, quando imparò a vestirsi di tutte le creature del bosco, a confondersi con esse, quando non riuscimmo più a distinguere il lupo dal fanciullo, capimmo che era arrivato il momento, che l'avremmo perduto per sempre.

E mentre lo vedevamo andare via, mentre il bambino cedeva la sua ombra a quella del ragazzo, mentre la sua schiena si mischiava con i bordi del sentiero, come alle volte l'autunno si confonde con l'inverno, rimanemmo così, in apparenza ferme, fisse, come stelle splendenti, in un cielo vuoto, senza peso, senza sostegno, senza confine.

Il progetto

Nature. Animale-Vegetale.
Ansamble. Intarsi. Innesti. Incastri.

Prima serie Numero 1 · Principio · Rinascita

Terza serie Numero 3 · Custodia · Rimedio

Il progetto si articola in più serie, presentate progressivamente in queste pagine: la prima — Numero 1. Principio. Rinascita — e la terza — Numero 3. Custodia. Rimedio.

In questi ultimi lavori ho messo in rapporto diversi elementi della natura racchiusi in un confine geometrico: insieme producono una forma espressiva aperta, che lascia spazio a ogni interpretazione.

Il fulcro di questi lavori è la relazione, lo scambio tra forme diverse che convivono e si sostengono reciprocamente.

È un progetto in divenire, che avrà bisogno di tempo per concludersi: procederà lentamente seguendo una trama ispirata alle vicende mitologiche di Dionisio e, contemporaneamente, a quelle sociali e universali dell'esistenza umana.

La mia pittura non ha uno scopo commerciale, ma un'attitudine dialogante: vuole solo intrattenere una relazione con chiunque lo desideri.

Ogni progetto pittorico è il prodotto di una visione scultorea, che si traduce in un bozzetto in argilla da cui ricavo le ombre e la plasticità tridimensionale.

Curriculum

Sono nato il 29 maggio del 1957. Firmo i miei lavori con l'acronimo “Crizzo”, che somma i cognomi dei miei genitori.

Ho lavorato in autonomia per tutta la vita e, anche quando ho fatto altri mestieri, la pittura ha sempre agito in me come un fiume carsico.

Le mie mostre sono state sporadiche e casuali; le ritengo importanti solo per le relazioni e gli incontri che mi hanno procurato, per lo scambio e la partecipazione che ho ricevuto. Il tema della natura è sempre stato presente.

La mia ricerca ha proceduto con piccoli passi: alle volte un po' più azzardati, alle volte più sobri, alle volte sono tornato indietro per recuperare punti che avevo trascurato.

Oggi lavoro con naturalezza, attingo — come un pescatore in un lago — dal mio mondo interiore, lontano per scelta da tendenze e modernità.